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Blog culturale di storia, cultura, archeologia, in particolare dell'età medioevale. Aggiornamenti, recensioni, notizie, scoperte... di tutto un po'...

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Il fascino misterioso dell'archeologia ed il fascino misterioso del Medioevo.

L'età dei barbari, dei cavalieri, degli enigmi e delle fate.

Castelli, corti, cattedrali, guerre e crociate, vita quotidiana, amori e scoperte, musica e letteratura

Un'epoca di interminabili assedi, sanguinose battaglie, irraggiungibili dame e cavalieri senza macchia.

Tutti pensano di conoscere il Medioevo. Ma per gli storici e gli archeologi è ancor oggi un mistero ed un periodo di contraddizioni: un mondo di analfabeti, ma anche di sapienti; di superstizione, ma anche di svolte cruciali per la storia dell'Uomo, e dell'Europa in particolare.

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lunedì, 27 marzo 2006
Le civiltà dell'Italia antica (continua...)

La fase neolitica dell’Europa occidentale termina bruscamente con il grande cambiamento della vita e dei rapporti sociali fra i gruppi umani, determinato dalla scoperta e dall’utilizzo dei primi metalli. L’umanità entra in un nuovo stadio di sviluppo, l’eneolitico o età del rame, il quale dà avvio a concezioni esistenziali radicalmente opposte al periodo precedente che era caratterizzato da un completo interesse dell’uomo verso la natura e dalla adattabilità ad un ambiente difficile se non proprio ostile. Nasce la figura sociale del guerriero che possiede nuove e più efficaci armi di offesa, utilizzate non per vincere la quotidiana battaglia della sopravvivenza, ma per inseguire nuovi sogni di potenza e di dominio sopra i suoi simili.

A questa nuova concezione di vita va ad aggiungersi una vasta esplosione demografica, unita a continui cambiamenti climatici, che favorisce i grandi movimenti migratori del II millennio a.C. dei quali la nostra penisola sarà il punto di arrivo grazie alla sua felice posizione geografica al centro del bacino mediterraneo ed alla sua fertilità ampiamente riconosciuta anche nei tempi più antichi dalle grandi civiltà orientali. Poiché queste ultime avevano saturato i propri mercati interni, andavano cercando sbocchi commerciali verso l’Occidente per poter collocare la produzione dei loro manufatti e reperire le materie prime necessarie allo sviluppo delle nascenti industrie dei metalli. La via più breve per reperire lo stagno, utilizzato dalla metà del II millennio a.C. per la produzione del bronzo, era quella di costeggiare la penisola italiana fino alle rive della Francia meridionale, dove i Celti, consapevoli dell’importanza di tale materia prima, la estraevano da miniere disseminate un po’ ovunque nell’Europa occidentale fra cui quelle importantissime site in Cornovaglia ed in Spagna.

Per opera dei Micenei e dei Fenici ebbe inizio un continuo processo di contatti fra il mondo medio-orientale e quello europeo che non si esaurì nel semplice scambio di prodotti e di materie prime, ma produsse un autentico, rapido decollo di civiltà: nuove concezioni di vita portarono alla graduale acculturazione degli arretrati popoli dell’Occidente europeo. I primi ad usufruire di questi benèfici influssi furono gli antichi Italici che ebbero la possibilità di avere continui contatti con il Vicino Oriente antico poiché i nuovi venuti avevano la necessità di possedere approdi stabili per superare i lunghi e difficili percorsi marittimi verso i mercati del nord. Nascono così i primi importanti empori commerciali che svolgono una vitale opera di diffusione delle più avanzate concezioni sia nel campo tecnologico sia nei settori più specifici del pensiero umano.

La successiva età del ferro è caratterizzata da un’ulteriore espansione demografica da parte dei popoli migratori che vedrà una continua opera colonizzatrice del Mediterraneo occidentale con la nascita di importanti centri civili e la sovrapposizione di nuove razze sui popoli autoctoni della nostra penisola. A nord e nel centro dell’Italia, intanto, le antiche culture formatesi nell’età eneolitica andranno costituendosi in nazionalità ben precise che daranno avvio all’età storica in senso compiuto. Fra queste, emergerà prorompente la civiltà etrusca che rappresenterà il più imponente baluardo alla pressione ellenistica tesa alla conquista della penisola italiana e soprattutto al possesso delle ricche miniere dell’isola d’Elba.

Il complesso intersecarsi degli interessi e dei conflitti fra Etruschi, Greci e Cartaginesi favorirà il formarsi della civiltà romana che saprà inserirsi lentamente nel contesto delle grandi culture mediterranee fino a dominarle, spostando così l’asse della storia umana dal Vicino Oriente verso l’Europa Occidentale.


Postato da: Storiarchea a 21:03 | link | commenti (1)
preistoria, etniepopoli, insediamenti, archeonord, archeoitalia, culture preistoriche italiane

Le civiltà dell'Italia antica

Chi furono i popoli che vissero nella nostra penisola prima di Roma? E come arrivarono in Italia, quali furono i rapporti tra loro, come si trasformarono in autentiche nazionalità storiche?
Popoli invasori, provenienti dall’Asia, dall’Europa e dal bacino mediterraneo invasero il fertile suolo italiano portando con sé le loro tradizioni civili e culturali e divennero essi stessi italiani, fondendosi con le genti che vivevano in questa terra da migliaia di anni.
All’inizio dell’era dei metalli, dopo i millenni “oscuri” della preistoria, l’uomo emerse come animato dal desiderio di guardarsi intorno: il suo pressante desiderio di conoscenza sviluppò anche il bisogno di possesso perché in tutta la sua lunga storia l’umanità aveva sempre e soltanto dovuto combattere per la sopravvivenza, assorbita a piegare le forze della natura. Quando progredirono a ritmo incalzante le conquiste tecnologiche e gli uomini si sentirono protetti di fronte al mondo circostante, essi ritrovarono la propria individualità e cominciarono a riconoscersi come appartenenti a vari clan, a gruppi sociali distinti. L’uso dei metalli dette avvio ad una nuova era che pose termine ad un periodo pacifico dell’umanità per dare inizio a secoli in cui gli uomini si divisero in gruppi e combatterono tra loro.

Tutto questo accadeva in Italia quando le grandi civiltà mediterranee avevano già raggiunto l’apice della loro grandezza.
Agli antichi invasori neolitici si aggiunsero i nuovi invasori, agguerriti e desiderosi di crearsi una nuova patria su una terra ancora da sfruttare. Ruppero così la quiete delle nostre contrade ed imposero agli Italici il pressante problema di difendersi. Sorsero così le prime città fortificate, proprio lì dove era fiorito l’umile e tranquillo villaggio preistorico, mentre gli artigiani iniziarono a costruire armi sempre più sofisticate per difendersi dagli invasori. Stringendosi tra loro, per opporsi al nemico, gli uomini s’accorsero di avere molte cose in comune: origini, civiltà e cultura.
Proprio da questo humus prenderanno avvio le prime grandi civiltà italiche tra cui quella etrusca, la quale favorirà il decollo di Roma creando quelle premesse che determineranno un cambiamento radicale nell’evoluzione dell’umanità.


Postato da: Storiarchea a 21:02 | link | commenti
preistoria, etniepopoli, archeonord, archeoitalia, culture preistoriche italiane

lunedì, 20 marzo 2006
INSEDIAMENTO DI 9000 ANNI OR SONO NEL SEYDIŞEDIR

ANKARA – Un insediamento datato a 9.000 anni è stato scoperto durante gli scavi archeologici nel Seydisehir, un distretto della provincia centrale dell’Anatolia di Konya. A seguito di una visita a Gökhüyük, dove è stato ritrovato l’insediamento, il Direttore per la Cultura ed il Turismo del Konya, Abdüssettar Yarar ha dichiarato alle agenzie di stampa che gli scavi sono stati condotti per i quattro anni trascorsi da un team guidato dall'archeologo Enver Akgün. Il team di ben 50 elementi ha lavorato al sito ogni anno tra giugno e novembre.

"L’insediamento si data all'era neolitica" ha dichiarato. "Intendiamo porre particolare enfasi su questi scavi e riportare alla luce la ricchezza storica nascosta della nostra regione." Notando che l’insediamento è unico in Anatolia centrale, in quanto circondato da mura, Yarar ha riferito: "Gli insediamenti del periodo Neolitico circondati da mura sono rari in Anatolia. Gökhüyük è, quindi, storicamente, molto importante."

"Sono stati trovati piatti, setacci e macine come anche offerte per i morti - una tradizione del tempo" ha riportato Yarar "Sembrerebbe trattarsi di una civiltà sviluppata, considerato il tempo in cui ha vissuto."

Oltre 200 manufatti sono stati dissotterrati durante i quattro anni dello scavo e molta parte di essi si trova in esposizione in vari musei di Konya.

Il sindaco di Seydisehir Ibrahim Halici ha spiegato che si tratta di una delle più antiche zone abitate in Anatolia, aggiungendo: "Come municipalità stiamo offrendo tutto il nostro sostegno per riportare alla luce la ricchezza storica della zona. Terremo un congresso su Seydisehir antico durante la Settimana del Turismo nel mese di aprile."

Fonte: http://www.turkishdailynews.com.tr/index.php
Data : 16.03.05
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Postato da: Storiarchea a 10:46 | link | commenti (1)
scoperte

RESTI DI UN UOMO DI 6000 ANNI FA

Eccezionale rinvenimento archeologico in provincia di Bolzano; nella zona di Castel Firmiano, tra il capoluogo altoatesino e il comune di Appiano, sono stati ritrovati i resti di un uomo che potrebbe risale a circa 6 mila anni fa, quindi, in epoca assai precedente di Oetzi. La conferma a questa ipotesi la si potrà avere tra 5-6 settimane, dopo l'esame al carbonio 14; ma tutto lascia supporre che l'ipotesi sia fondata.

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Postato da: Storiarchea a 10:44 | link | commenti
scoperte, preistoria, archeonord, archeoitalia, archeoeuropa

Scoperta faraonica

LA SCOPERTA FARAONICA ERA UNA SALA DI MUMMIFICAZIONE, NON UNA TOMBA

CAIRO – La camera scoperta il mese scorso nella Valle dei Re, era una sala usata dagli antichi Egizi per la mummificazione dei faraoni seppelliti nell’area, piuttosto che una tomba, ha dichiarato Zahi Hawass ai giornalisti. I cinque sarcofagi trovati nella camera, contenevano resti di ceramiche, sudari, e materiali usati per la mummificazione.

Il team dell’Università di Memphis che ha scoperto la camera, ha anche aperto 10 giare sigillate trovate al sito, per scoprire altri materiali usati nella mummificazione.

“Non è una tomba per nobili o parenti di un re, come si era creduto fino a questa scoperta, piuttosto una sala per mummificazioni” ha spiegato Hawass.
La camera è stata trovata all’estremità di un condotto di 20 piedi. Hawass aveva dichiarato il mese scorso che i sarcofagi potevano contenere mummie di reali o nobili rimosse dai loro sepolcri originali, per proteggerle dai predatori di tombe.

(…)
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Fonte: http://www.reuters.com via http://us.rd.yahoo.com/

Data: 13.03.06




Postato da: Storiarchea a 10:34 | link | commenti
archeoegitto

lunedì, 06 marzo 2006
I Goti

La prima delimitazione, per la quale il gotico è una lingua indoeuropea, pone il problema del primo riferimento nel tempo e nello spazio dal quale la vicenda gotica prende le mosse.
Come tutte le altre tradizioni che coinvolgono le strutture linguistiche del gruppo germanico, il primo riferimento geografico ci porta alla regione compresa approssimativamente fra la penisola dello Jutland e la Svezia meridionale; quello cronologico ai primi secoli del II millennio a.C..
Da un punto di vista qualitativo, queste due delimitazioni ci portano ad identificare il “germanesimo” nel suo insieme nella civiltà delle “tombe isolate”, sulla quale appunto influiscono, ancora indistinti, gli antefatti dell’etnia gotica. Fanno parte di questa connotazione antichissima anche le asce da combattimento, che hanno mandato propaggini anche in Italia, per esempio alla civiltà eneolitica di Rinaldone.
Nonostante la sua elementarità e la sua mancanza di caratteri veramente specifici, la civiltà (germanica) delle tombe isolate ha già sentito contatti esterni, ha già sperimentato spunti di concentrazione. Tali l’apporto di dotazioni linguistiche “nordiche”, preindoeuropee, appartenenti al mondo neolitico del ciclo megalitico.
Prima di considerare tempi e forme di una ripartizione e specializzazione all’interno dei Germani così definiti, si devono considerare come svolgimenti comuni questi due fatti: la diffusione di una decorazione caratteristica a spirale e l’avvento del rito funebre dell’incinerazione, l’una e l’altra provenienti da focolai dell’Europa centrale.

I focolai dai quali irradia la futura tradizione gotica possono essere delineati nel modo seguente, allontanandoci progressivamente:
a) dalla penisola dello Jutland verso le isole danesi e la Svezia nel IV periodo del bronzo, gettando così le basi di quella che sarà la tradizione norrena (germanico-settentrionale);
b) dalla penisola dello Schleswig-Holstein, in direzione opposta dall’Elba alla Weser.

I focolai che interessano il futuro dei Goti si sviluppano più verso oriente, verso l’Oder e la Vistola. Ma le coste del mar Baltico sono aperte agli scambi verso la Svezia e quindi il mondo pre-gotico comprende anche territori svedesi; ed è l’isola di Gotland che conserva il nome dei Goti.


Postato da: Storiarchea a 13:23 | link | commenti
lingue, gotico, filologia, storia delle lingue

Celti – Galati

Non possono essere stati questi i loro nomi etnici, ma furono denominazioni che rendevano l’aspetto col quale apparvero alle genti da essi furiosamente saccheggiate e terrificate.

La testimonianza è offerta da una lingua a dilatazione largamente mediterranea, il tardo babilonese: galtu (terrificante, “terrifying”).

Il nome Celti deve aver partecipato semanticamente al senso di Galati, ma ha origine diversa: deriva dalla base di accadico kalŭ che indica l’intera comunità, la loro compagine sociale e tutta l’estensione del loro territorio (“alles, Alle”): “Gallia est omnis divisa…” di Cesare (De bello Gallico, I, I.).

Il nome Celti è in greco Κελτοί e nei composti cfr. Κελτο-λίγυες, Celtoliguri, Κελτο-σκύθαι, Celtosciti.

Sul Mar Nero, alla ricerca di metalli, non sono solo gli Sciti, ma anche i Sarmati, i Saci.

Le onde di diffusione della lingua delle inarrivabili civiltà mesopotamiche si gonfiano.

Quei popoli trovarono più confacente alla loro dignità di invasori il linguaggio fermamente assimilato, per così dire, familiare.

L’unione Assiri-Sciti si dissolse per l’urto coi Medi; gli Sciti si ritirarono nelle loro vecchie sedi, nella Russia meridionale, dove poterono dare la nota lezione iniziando la finta tattica del ritiro davanti al nemico medio per disorientarlo.

Poi gli Sciti si sparsero in ogni direzione contro i Mongoli, dalla Russia sciamarono in Europa culturalmente arricchiti dell’idioma delle più grandi civiltà della storia. L’approdo di Sargon il Grande con i suoi eserciti al Mediterraneo non discordava in Occidente dai rudimenti recati dagli Sciti.

Ma la denominazione più corretta suonerebbe Σκυθόκελτοι, Scitocelti.

 


Postato da: Storiarchea a 13:15 | link | commenti
keltoi, filologia, storia delle lingue

Appunti sulla storia del Gotico

Tacito (storico latino) dà molte notizie sui Germani, ricavate dai Romani che inizialmente ebbero contatti commerciali e poi ne subirono le invasioni, raccolte in un testo intitolato Germania. Per i Romani dell’epoca di Tacito i Germani erano bruti ed incuriosivano poiché erano molto alti, biondi con gli occhi azzurri; erano barbari e come tali incivili.
I Germani seguivano la via dell’ambra, cioè occupavano i territori dove trovavano l’ambra (resina vegetale semipreziosa). C’era quindi commercio per alcune vie che prendevano nome dal prodotto che si commerciava o dal territorio in cui esso abbondava (es. Vistola, nell’attuale Russia).
Poi c’erano, ad esempio, la via della seta (dall’Oriente a Roma) e la via del grano (dall’Egitto all’Italia).
Successivamente però i contatti divennero cruenti, fino a quando l’Impero Romano non verrà distrutto.

Il vescovo Wulfila tradusse dal greco la cosiddetta versione dei Settanta; si chiama così perché si pensa sia stata realizzata da settanta traduttori insieme, ad Alessandria d’Egitto, in una comunità cristiana-greca stanziata lì. Prima della anzidetta versione esisteva la Bibbia in aramaico, dialetto semita parlato da Gesù (altri “dialetti” erano l’ebreo vero e proprio, ed il samaritano).
Esisteva il cosiddetto canone biblico, cioè tutti i libri considerati biblici, ma gli Ebrei accettavano solo il Vecchio Testamento, cioè accettavano il canone palestinese. Poi c’era il canone alessandrino, da cui deriva la versione italiana odierna.

Wulfila seguirà il canone alessandrino, cioè tradurrà di più rispetto al canone palestinese. Si pensa che nel tradurre egli abbia considerato le versioni latine che “giravano” in quel periodo.
Oggi noi leggiamo la traduzione italiana sulla Vulgata, versione latina di San Girolamo che Wulfila non conosceva perché San Girolamo è posteriore.
All’epoca (agli inizi dell’era cristiana) nei concili si decideva quale testo la Chiesa dovesse ufficialmente adottare, ed adottò la Vulgata.

Wulfila attinse anche alle Vetus Itala (o Itala Vetus), e si accinse a tradurre dalla versione greca dei Settanta, scritta in greco tardo (di epoca ellenistica e non classica).

Wulfila voleva convertire i Goti al Cristianesimo, essi erano pagani. Egli si pose il problema dell’alfabeto, perché i Germani (non solo i Goti, quindi, ma tutti i popoli germanici) avevano un alfabeto ma esso era di tipo runico, ovvero i suoi segni erano le rune.
I Germani ed i Goti, come tutti i “Barbari”, avevano tradizioni orali, ma usavano anche l’alfabeto, per piccole epigrafi (che oggi si ritrovano ancora a Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia, ad esempio, del periodo anglosassone) nel corso dei pellegrinaggi (a Gerusalemme, e in Spagna a Santiago de Compostela); infatti presso i Germani c’era un forte interesse per gli arcangeli, in particolar modo l’arcangelo Michele.

Ci sono specialisti in runologia che decifrano il linguaggio (iscrizioni) nella pietra che corrisponde al segno del passaggio delle popolazioni. Ed in base all’onomastica (studio dei nomi) si capisce se erano anglosassoni o germaniche. I simboli nelle iscrizioni runiche si usavano anche, ad esempio, per indicare l’appartenenza (come nel caso di un elmo) o per i necrologi.

Le rune (parola che si ritrova in gotica, significa “mistero”, ma anche “decisione, consiglio”) erano incise su bastoncini; come i tarocchi avevano valore simbolico e per leggerli venivano considerati uno alla volta. Quindi, essendo di carattere divinatorio, erano di “auspicio”.

Il primo simbolo dell’alfabeto runico ricorda la F maiuscola. Ha valore fonetico di fricativa labiodentale sorda, ma questo valore fonetico diventa valore simbolico di un concetto: rappresenta il primo suono della parola faihu che è il corrispondente del latino pecus, corrispondenza perfetta tra germanico e romanzo.
Pecus significa “pecora”, che nell’antichità era il simbolo della ricchezza. Così pecus è diventata una radice che dava l’idea della ricchezza, da cui oggi deriva la parola pecunia. Quindi se “usciva” la runa F, dal valore simbolico di ricchezza, l’auspicio era di benessere.

Il valore simbolico e grafico delle rune era quindi sfruttato in piccolissime entità, per il resto esse avevano valore simbolico-sacrale.
Wulfila, che doveva convertire i Goti “intrisi” di paganesimo e riti magici, non poteva utilizzare le rune.

M era la “runa uomo”, era l’iniziale di manna da cui deriva man (inglese; = uomo), ed era una runa di “carattere rigido”. Era impossibile scrivere così tutta la Bibbia. Ad ogni runa, inoltre, corrispondeva un numero.
Prima di tradurre, Wulfila inventò un alfabeto cercando di renderlo più “dignitoso” rispetto alle grafie utilizzate nei testi greci (pur avendo essi una lunga tradizione letteraria). Egli cercò di rifarsi all’alfabeto greco del suo secolo, il IV, ed anche all’onciale latino (che non si sa se derivi da uncia o da uncino, comunque era una grafia che da tondeggiante ha cominciato a divenire “tesa”).
C’erano una scrittura maiuscola che doveva star dentro due linee │ │; ed una scrittura minuscola che doveva star dentro quattro linee: . Onciale vuol dire che poteva innalzarsi verso l’alto rispetto a queste linee, tipo uncino: ð.
Wulfila si rifà all’alfabeto greco, all’alfabeto latino, a quello etrusco, e a qualche runa.


Postato da: Storiarchea a 13:12 | link | commenti
lingue, rune, gotico, filologia, storia delle lingue, indoeuropeo

Storia delle Lingue

L’indoeuropeo è la lingua madre del germanico e di tante altre lingue. Dal punto di vista storico si colloca qualche millennio avanti Cristo e, geograficamente, in una zona che comprende l’Europa e una parte dell’Africa.
Tramite radici di carattere morfologico si è dimostrato che le lingue figlie dell’indoeuropeo hanno carattere di somiglianza. Inoltre il raffronto tra le lingue figlie documentate ha fornito altre parole dell’indoeuropeo. Ci si è basati su analogie di carattere strutturale (morfologico e fonetico); su leggi che hanno mutato le lingue spontaneamente ed in modo costante.
La struttura morfologica è la meno esposta a variazioni che possono nascondere le origini. Per questioni geografiche e storiche nelle lingue è entrato lessico non appartenente alle origini (come il romanzo ed il francese nella lingua inglese); ma la struttura, per esempio per l’inglese, è germanica. Per struttura si intendono grammatica e sintassi. Bisogna quindi considerare caratteri fonetici e grammaticali, e non il lessico.

Lo studio comparato che ha portato alla comprensione dell’indoeuropeo risale al secolo scorso, all’Ottocento. Nell’Ottocento ci fu la conquista dell’India da parte degli Inglesi, e dal punto di vista linguistico e scientifico si ebbe l’influenza del sanscrito, lingua utilizzata nei testi vedici (veda = sacro), cioè sacri.
Fra una lingua indiana ed il latino, il greco, il germanico e persino le lingue baltiche c’era somiglianza (dal punto di vista linguistico) e si è studiato il confronto. Vi è parentela fra lingue occidentali ed asiatiche. Doveva quindi esistere una lingua “madre” e ad essa è stato dato il nome di arioeuropeo o indoeuropeo.

Dopo il diluvio universale Noè lasciò tre figli: Aro, Cam e Sem.
Aro “creò” il gruppo cosiddetto ariano-europeo; ed il termine ariano divenne storicamente germano-tedesco religioso, e si collega al discorso della purezza ariana che Hitler voleva ricreare combattendo i Semiti.
Cam “creò” il gruppo dei Camiti, cioè delle lingue africane.
Da Sem discendono i Semiti, cioè la razza ebrea.

Le lingue indoeuropee (cioè derivate dall’indoeuropeo, lingua madre), sono:
- lingua hittita, parlata nel 2500/3000 a.C., cioè nel III millennio a.C. in Asia;
- lingua tocario, parlata nel Turkestan;
- lingua indiana, tra cui il sanscrito;
- lingua persiana, di tipo sempre indoeuropeo;
- lingua greca;
- lingua balto-slava, a Oriente dell’Europa;
- lingua latina;
- lingua osco-umbra, dialetto a parte, parlato nella zona dell’Umbria, poi soppiantato dal Latino;
- lingua celtica;
- lingau germanica;
- lingua armena, non si tratta di un gruppo ma di una lingua più particolare;
- lingua albanese.

Studiando l’origine della lingua inglese interessa il celtico, perché originariamente nelle isole britanniche c’erano i Celti. Quelle isole diverranno germaniche successivamente.
Nel V secolo d.C. la Gran Bretagna “diventa” celtica.

La suddivisione delle lingue figlie dell’indoeuropeo era stata fatta, in un primo momento, in un modo molto semplicistico, ovvero considerando le differenze tra le lingue occidentali e le lingue orientali.
Quando è stato scoperto il sanscrito ci si è resi conto che, pur facendo parte di un sottogruppo, ed essendo “catalogata” come lingua orientale, assomigliava di più alle lingue indoeuropee occidentali. Da quel momento le lingue si divisero in due gruppi:
- kentum le occidentali
- satom le orientali
distinte in base ad un elemento dal punto di vista simbolico dietro al quale ci sono analogie dimostrative:
nei confronti dell’occlusiva velare sorda indoeuropea ([k]) alcune lingue la conservano (più in zona europea, ma anche in zona asiatica), altre no. In Asia la [k] occlusiva velare sorda indoeuropea diventa fricativa spirante [s].

Kentum si scrive [*kmtón]. Quanto anzidetto si definisce trattamento dell’occlusiva velare sorda indoeuropea.

Considerando il germanico ed i suoi sottogruppi, essi si sono creati così: inizialmente l’indoeuropeo era parlato in una zona vastissima. Si crearono però delle zone in cui la lingua unitaria subì delle modifiche o variazioni, in seguito alle qulai si delinearono sottogruppi veri e propri, con originalità molto più marcate. Il “principio-base” che determinò questi cambiamenti fu il migrare delle popolazioni alla ricerca di cibo (per sopravvivenza); infatti all’epoca le popolazioni, dopo aver sfruttato un territorio, andavano alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre.
Nello spostarsi potevano trovare zone non abitate, ma potevano trovare anche zone abitate che dovevano conquistare: da qui deriva l’idea del sostrato, poiché le nuove popolazioni erano sottomesse e dovevano assumere la lingua del popolo conquistatore. Il popolo già stanziato continuava ad avere le proprie abitudini articolatorie variandole un po’: le caratteristiche linguistiche venivano così represse o assimilate in modo più o meno forte.

Si ha poi il concetto del superstrato: il conquistatore non sopraffà il territorio dal punto di vista linguistico. In Inghilterra, durante la dominazione romana, non si è mai assunto il latino; quest’ultimo ha solo influito un po’, ma la lingua celtica che allora era parlata in Inghilterra non è mai stata romanizzata. Invece, quando l’Inghilterra è stata sopraffatta dai Germani, anche dal punto di vista linguistico il celtico è stato sopraffatto dal germanico.

Il concetto di ad-strato si esplica quando una lingua si trova a contatto con un’altra e la influenza. Esistevano vari gruppi autonomi stanziati in un territorio vastissimo però omogeneo (es. i gruppi delle lingue baltoslava, greca e latina) che per migrazione assumono la lingua vicina.


Postato da: Storiarchea a 13:05 | link | commenti
lingue, keltoi, filologia, storia delle lingue, indoeuropeo

Indoeuropeo, dov’è la tua Vittoria?

Chi si lasciasse rapire da un demone furente a transvolare su immaginari cieli, in cerca dell’indoeuropeo, si ridurrebbe libero, alla fine, in un angoluccio, per tentare su una languida mandola un’antica arietta strappacuore che si doleva: “La cerco e non la trovo”. Fiorito com’è noto nella testa del burocrate inglese destinato in India, trovò fertile humus per inondare mezzo mondo.
Ma era un fiore estraneo ad ogni storica classificazione.

Gli Indoeuropei: avanguardie bionde

Devono aver confabulato i dotti linguisti, di chiara progenie: “Dobbiamo dare un nome ai messaggeri della lingua delle origini. Non possono restare eco vana come tutti gli echi. Li diremo Indoeuropei dando ad essi una personalità operosa”. Fra tanti scelsero il nome che recita una palese scorrettezza, indoeuropeo, associando due termini di differente valenza: etnico e geografico.
Un’ala ampia di quella compagine fu scorta negli Hittiti, che con mielosa enfasi furono detti “le avanguardie bionde”.
In quali specchi deformanti abbiano scorte queste eroiche avanguardie, in uno specchio antico di rosso rame o al fondo di un caldano del medesimo metallo, è particolare sigillato e nascosto.
“Le avanguardie bionde”! Ora, quando la retorica si accoscia in una pagina come il leone dopo il pasto, addio ai bei propositi di essere pertinenti al tema in un andamento espositivo.
Qui mi coglie la necessità di ricordare che ogni mio nuovo scritto rientra nel ciclo dei miei lavori che mirano a confermare l’intuizione storica: un vincolo di vasta fratellanza culturale lega da cinquemila anni l’Europa, cioè l’Occidente, alla Mesopotamia, l’attuale Iraq, dove fiorirono le inarrivabili civiltà, le culture di Sumer, di Akkad, di Babilonia; è ancora vivo il fascino di quella culla delle arti, delle scienze, del Diritto.
L’avanguardia di quel mondo giunse sino a noi: sul grande quadrante della storia era scoccata l’ora di Sargon il Grande; siamo nel III millennio a.C.
Invincibile condottiero, aveva messo in precipiti fughe eserciti che volevano impedire la sua marcia; giunse al Mediterraneo e “lavò le sue armi nel Mare Superiore”, come egli dice.
E’ quasi inutile aggiungere che Sargon è il fondatore della dinastia di Akkad, perciò si disse accadico la sua lingua che, con altre lingue di ceppo semitico, ha recato molta luce alla nostra conoscenza. La concezione dell’indoeuropeo non era ancora fiorita nella testa dei linguisti.
Quali relazioni hanno le vicende di Sargon con la nostra storia?
In un’antichissima stele, Sargon, il re della Battaglia, come fu definito, si presenta ai suoi popoli suppergiù in questi termini: “Io sono Sargon (…). Non conobbi mio padre; mia madre era una sacerdotessa; mi concepì, mi produsse, mi pose in una cesta che sigillò con pece; mi depose sul Fiume che non mi sommerse e fui fluitato a casa dell’innaffiatore Aqqi”.
Ma tutto questo evoca la nascita di Romolo e Remo: anch’essi figli di una sacerdotessa; non conobbero il padre; anch’essi posti in una cesta, presumibilmente spalmata di pece, deposti sul Fiume e quindi spinti a casa del pastore Faustolo.
Poi, adulti, Romolo uccide Remo; ed anche nella casa di Sargon, dopo la sua morte, il figlio Rimush era stato ucciso in una congiura di palazzo assecondata dal fratello.
Giova appena ricordare che i nomi Remo e Rimush sono ipocoristici della voce accadica rīmu “amato”. Il nome accadico presenta un anaforico –sh (-š).
Così antiche ombre, antiche glorie tornano sino a noi dall’Oriente per aggiungersi a quelle proprie del nostro mondo.

Anche questo nuovo volume di Giovanni Semeraro rientra nel ciclo dei suoi lavori che mirano a confermare l’intuizione storica secondo cui un vincolo di fraternità culturale lega da cinquemila anni l’Europa all’antica Mesopotamia, l’attuale Iraq, dove fiorirono le inarrivabili città di Sumer, di Akkad, di Babilonia.
L’elemento di congiunzione tra Oriente e Occidente è Sargon: il fondatore della dinastia di Akkad, nel III millennio a.C.
Il testo, brillante e chiaro, offre inoltre ricche informazioni nell’intento di proporre una diversa chiave interpretativa a una superata classificazione linguistica, la famiglia del così detto indoeuropeo.
Al lettore vengono esposti originali punti di vista, egli sarà certamente sollecitato dall’idea di percorrere inesplorati sentieri filologici seguendo i passi del più indipendente fra gli studiosi contemporanei che il mondo scientifico italiano possa offrirci.

Giovanni Semeraro, filologo, è stato l’allievo dell’ellenista Ettore Bignone all’Università di Firenze, dove ha seguito gli insegnamenti di Giorgio Pasquali, del semitologo Giuseppe Furlani, di Giacomo Devoto e di Bruno Migliorini.
E’ autore della monumentale opera Le origini della cultura europea (Olschki, Firenze, 1984-1994).
Per la Bruno Mondadori ha scritto L’infinito: un equivoco millenario (2001) e Il popolo che sconfisse la morte. Gli etruschi e la loro lingua (2003).


Postato da: Storiarchea a 13:03 | link | commenti
bibliografia, scoperte, lingue, filologia, storia delle lingue, indoeuropeo

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