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Un'epoca di interminabili assedi, sanguinose battaglie, irraggiungibili dame e cavalieri senza macchia.

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giovedì, 09 febbraio 2006
Omero nel Baltico (2)

PREFAZIONE di Franco Cuomo

 

“Rimane un prodigio inspiegabile come tutte le forze e le tendenze della grecità si presentino già chiaramente preformate in Omero”. A questa riflessione formulata da Werner Jaeger nella sua Paideia del 1935, affascinante tentativo di filtrare la storia della letteratura greca attraverso il caleidoscopio dei suoi miti, si potrebbe rispondere azzardando che quella descritta da Omero non fosse ancora la “grecità”, forse, ma qualcosa di predisposto a diventarlo. Cioè un insieme di caratteri antecedenti alla cultura greca, provenienti da un’altra civiltà, in via di ricomposizione nel bacino del Mediterraneo dopo essere stata sradicata dal suo contesto originario a seguito di una migrazione di portata epocale.

Lungi dunque dall’essere inspiegabile, ciò che Jaeger definisce “prodigio” potrebbe interpretarsi come testimonianza di un mondo preesistente alla realtà storica di cui diverrà in seguito espressione. Se una simile ipotesi è accettabile o quanto meno meritevole di essere posta in discussione – e gli elementi proposti in questo libro da Felice Vinci inducono a ritenere che lo sia – non è del tutto temerario ritenere che la civiltà ellenica possa essere sorta in seguito al convergere di popolazioni provenienti da altri lidi sulle rive nordorientali del Mediterraneo. Con il loro patrimonio di miti e leggende, ma anche di tecnologie, memorie ancestrali, esperienza vissuta.

Vinci lavora da tempo alla verifica di una teoria fondata su tali presupposti, conducendo nel Baltico ricerche che hanno portato alla scoperta di significativi riscontri – nella geografia e nella toponomastica dei luoghi, nel costume e nelle tradizioni popolari, nella nomenclatura degli eroi e delle divinità, nei reperti archeologici e nelle caratteristiche climatiche – circa l’eventualità che la tradizione omerica possa avere radici nell’estremo nord dell’Europa.

Mettendo insieme i tasselli del suo sorprendente mosaico, infatti, Vinci è giunto a conclusioni – condivisibili o meno, ma degne comunque di attenzione per i nuovi orizzonti che si spalancano alla conoscenza di una civiltà senza eguali nel mondo antico – dalle quali dedurre che la guerra di Troia possa essere stata combattuta in un remoto passato sulle rive del Baltico.

Sulle onde scure di quel mare increspato di gelide spume, non sulle tiepide correnti dell’Ellesponto, avrebbe navigato Ulisse, al comando di navi dallo scafo sottile, del tutto simili per le loro peculiarità tecniche a quelle dei vichinghi. E i capelli biondi dei civilissimi abitanti di Micene, così poco mediterranei d’aspetto, parrebbero avvallare l’eventualità che tra i ghiacci dei fiordi, non tra le pietre riarse dell’Egeo, abbiano brillato i raggi della loro alba primordiale.

La saga omerica, con la grecità “preformata” di cui parla Jaeger, diventa alla luce di questi elementi una plausibile epopea scandinava, imparentata con i canti dell’Edda, da leggersi come memoria di un popolo che, trapiantandosi altrove, trapianta con sé i propri miti.

Le si dovrebbe riconoscere quindi una valenza storica prima che letteraria, senza nulla togliere con questo al genio poetico dell’autore.

Sembra dare ragione allo stupore dello studioso tedesco, per quanto concerne questo aspetto, una considerazione dell’ellenista francese Paul-Louis Courier, ad avviso del quale i poemi omerici andrebbero decifrati in termini storici nonostante la loro apparenza fantastica: “Omero fu uno storico, ai tempi in cui le storie non si solevano né sapevano ancora narrare in prosa”. I suoi versi corrisponderebbero dunque alla necessità di tramandare una cronaca di fatti che all’epoca non potevano essere espressi in altro modo.

Ma se questo è vero, se quanto afferma Courier ha un fondamento, di quale storia fu lo storico questo straordinario poeta? Non certo greca, visto che all’epoca non esisteva la Grecia in quanto società compiuta ed unitaria.

Su questo non dovrebbero sussistere dubbi. Non v’è lettura filosofica della storia che, ripercorrendo a ritroso il cammino della civiltà del mondo antico, possa disconoscere a Omero un ruolo di anticipazione della società ellenica: “Come la guerra di Troia è l’inizio della realtà della vita greca”, scrive Hegel nella sua Lezione sulla filosofia della storia, “così l’opera di Omero è fondamentale per l’inizio della sua rappresentazione spirituale”. E cioè “il latte materno con cui il popolo greco si è nutrito ed allevato”.

Coincide con il parere di Hegel sulla priorità intellettuale di Omero rispetto ad ogni altro protagonista della società ellenica – priorità in ordine di tempo oltre che di valore – quello di Gian Battista Vico, filosofo dei ricorsi storici, che nella sua Scienza Nuova lo indica come portatore di una cultura “venuta innanzi alle filosofie e alle arti poetiche e critiche”.

Omero è dunque il depositario di un patrimonio culturale complesso, cui fa da collante il genio poetico, dato che si tratta del “più sublime di tutti i sublimi poeti”, al fine però di tramandare nozioni pertinenti ad ogni campo del sapere antico. I greci ne sono i fruitori, non in quanto contemporanei ma posteri del poeta. E se questo è chiaro, del tutto nebulosa appare invece l’identità dei suoi avi.

E’ evidente in ogni caso – se la saga omerica coincide con i vagiti di un popolo non ancora svezzato – che le imprese cui si riferisce debbano essere accadute prima e altrove, in seno a una diversa civiltà.

Di quale civiltà possa trattarsi e attraverso quale diaspora possano poi essere deflagrati in “grecità” i suoi caratteri originari è quanto Vinci cerca di spiegare, con dovizia di particolari e argomentazioni di spessore scientifico, in questo libro.

I motivi che lo ispirano sono molteplici e variegati, e tutt’altro che in contrasto con gli orientamenti che traspaiono dal generale giudizio della letteratura, della filosofia e della storia sull’enigma – perché tale rimane tuttora – della guerra di Troia e del suo cantore. Ed è importante sottolineare che, nonostante il distacco del mondo accademico attuale, pregiudizialmente ostile a qualsiasi tentativo di spingere la ricerca oltre i lidi sicuri dell’ufficialità, Vinci non è affatto solo nei suoi studi, ma confortato da una convergenza di elementi desumibili da opinioni e ragionamenti espressi nelle più disparate circostanze, e in riferimento alle più diverse materie, da intellettuali e critici della più varia estrazione.

Mi è parso utile, pertanto, nel presentare questo “saggio sulla geografia omerica” in una edizione aggiornata e arricchita di nuovi contributi, quali gli studi di Nilsson sulla civiltà micenea e di Tilak su quella vedica, sottolineare sia pure attraverso frammentarie citazioni – tutte però collegate a un comune interrogativo – in che modo la questione sia emersa finora tra le righe del pensiero occidentale moderno. Attraverso affermazioni che, seppure provenienti da fonti lontanissime tra loro, conducono a una medesima certezza sull’attribuzione ad Omero del merito di avere dato ai greci “quella antichissima storia nazionale collettiva che essi in realtà non hanno punto avuta, perché le loro imprese nazionali collettive non s’iniziano che con le guerre persiane”. Così si espresse con ammirevole semplicità Gaetano De Santis, cattedratico negli anni Trenta dell’Università di Roma, dalla quale fu allontanato per il suo antifascismo, che era anche e soprattutto anticonformismo culturale, evidenziando come in realtà i poemi omerici abbiano rappresentato per il popolo greco, eterogeneo e scarsamente unito, il dono di un sentimento del tutto nuovo e imprevedibile, se non addirittura estraneo, come lo spirito di unità e indipendenza.

Ma da parte di quali donatori antecedentemente vissuti? Lasciamo a Felice Vinci la risposta.

 


Postato da: Storiarchea a 11:36 | link | commenti (2)
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Omero nel Baltico

PRESENTAZIONE

di Rosa Calzecchi Onesti

 

Le edizioni Palombi ristampano il volume dell’Ingegnere Felice Vinci: Omero nel Baltico, un volume che a suo tempo ha suscitato più dissensi che consensi, e addirittura qualche scandalo. Come si permette questo ingegnere nucleare di entrare nel campo della critica storico-letteraria? Faccia il suo mestiere e lasci il nostro a noi, che diamine! Devo confessare che, quando a suo tempo, l’allora sconosciuto – oggi amico carissimo – Ingegnere Vinci, avuto il mio indirizzo da Padre Mario Reguzzoni s.j. di Aggiornamenti Sociali, mi mandò il suo libro e anche una videocassetta dal titolo Odysseus Pohjolassa (meno male, tradotto in inglese), rimasi abbastanza perplessa. Non che mancasse l’argomentazione o che non avesse punti d’appoggio ragionati, ma via, era un po’ difficile accettare un simile sconvolgimento del consueto panorama omerico. E poi, Schliemann? E le successive stratificazioni, tra le quali quella omerica non è certo la più antica?

In realtà né Schliemann, né tutte le successive ricerche, anche a Micene, a Tirinto e nel Pilo sabbioso, sono in questione, una volta accettata l’idea che, cambiata la situazione climatica nelle terre del Baltico, le popolazioni che fuggirono verso il sud in cerca di climi migliori, si portarono naturalmente dietro, come la loro lingua, le loro tradizioni e saghe e leggende e le situarono nella nuova terra, anche se la conformazione geografica era molto diversa.

Per chi nutrisse ancora qualche resistenza, segnalo, tra gli elementi citati dal Vinci, una singolare notizia di Plutarco, secondo il quale l’isola Ogigia – dove la dea Calipso (la “nasconditrice”) trattenne a lungo Odisseo, e lo lasciò partire solo dopo esplicito ordine degli Dèi, portato dal messaggero Ermete Argheifonte – sarebbe “a cinque giorni di navigazione dalla Britannia”. E non è davvero che al tempo di Plutarco non si sapesse dove è situata la Britannia. Questa è una cosa che dà da pensare.

E l’amico Vinci ha così motivo di non demordere: anche dopo la pubblicazione del libro, infatti, ha continuato a cercare e ha trovato altre ragioni su cui appoggiare le sue tesi, tanto che questa ristampa del suo libro esce arricchita di nuove “prove”, di cui mi ha parlato. E devo dire che le impressioni ricevute in un mio recente giro in Irlanda, mi hanno fatto trovare le sue ipotesi ancora più convincenti. Perché che si tratti di ipotesi, per quanto ben fondate, Vinci non lo nasconde: bisogna scavare e verificare, come del resto fecero e Schliemann e altri, per esempio quelli che scoprirono e lessero le tavolette di alfabeto lineare B, che hanno fatto cambiare anche loro tante idee.

In campo scientifico, tecnico e tecnologico noi stiamo assistendo a cambiamenti che sconvolgono le nostre idee, non solo, ma stanno cambiando la nostra vita e anche nel campo della critica storico-letteraria, in particolare della ricostruzione della primissima storia cristiana, i ritrovamenti di papiri – per esempio quelli ritrovati nelle grotte di Qumran, che non hanno ancora finito di riservarci sorprese – stanno facendoci cambiare molte idee ricevute sulla datazione dei primi scritti cristiani, addirittura del Vangelo di Marco. Non sarà meglio, allora, pur conservando un sano, provveduto e vigile senso critico, accettare di vivere la novità del nostro tempo?

 


Postato da: Storiarchea a 11:34 | link | commenti
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