Cultura Storia Archeologia Medioevo
Blog culturale di storia, cultura, archeologia, in particolare dell'età medioevale. Aggiornamenti, recensioni, notizie, scoperte... di tutto un po'...
Il fascino misterioso dell'archeologia ed il fascino misterioso del Medioevo.
L'età dei barbari, dei cavalieri, degli enigmi e delle fate.
Castelli, corti, cattedrali, guerre e crociate, vita quotidiana, amori e scoperte, musica e letteratura
Un'epoca di interminabili assedi, sanguinose battaglie, irraggiungibili dame e cavalieri senza macchia.
Tutti pensano di conoscere il Medioevo. Ma per gli storici e gli archeologi è ancor oggi un mistero ed un periodo di contraddizioni: un mondo di analfabeti, ma anche di sapienti; di superstizione, ma anche di svolte cruciali per la storia dell'Uomo, e dell'Europa in particolare.

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L'arcangelo Michele nell'Europa Occidentale
Il fatto che
nelle tradizioni europee i tre grandi e celebri Arcangeli
ricordati nella Scrittura - Michele, Gabriele, Raffaele - siano
chiamati con l'appellativo di "Santo", rinvia senza
dubbio ad una loro umanizzazione. Il fatto che Essi - e
soprattutto Michele - siano titolari di santuari ed abbiano
caratteristiche patronali e taumaturgiche forti, li pone in una
condizione qualitativamente diversa rispetto alla folla mirabile
ed innumerevole degli altri Angeli, alla coelestis militia et
exercitus. Quanto a Michele, si evidenziano in modo
specifico, anche riguardo agli altri due Arcangeli, sovente suoi
compagni e venerati insieme a Questi, due funzioni: la psicagogica
e la patronale-militare; che sono due aspetti del medesimo
ruolo, dal momento che l'nvocazione a Michele come a dux
christiani populi dipende anzitutto da una dimensione
psicomachiaca che fa parte del ruolo psicagogico del grande
Arcangelo. Se Gabriele è l'Arcangelo dell'Annunzio e Raffaele il
compagno fedele di viaggio - in ciò un modello, seguendo
l'episodio di Tobiolo, dell'Angelo custode - Michele è
l'Arcangelo dei novissima, il signore della Morte e del
Giudizio. E' Questi che, nell'iconografia parallela a quella
dell'Annunciazione, presenta a Maria la palma del trapasso. Come
sia giunto e si sia radicato il culto di "san" Michele
in Occidente è questione per rispondere alla quale va dichiarato
in prima istanza che, con l'ambiguo termine "Occidente"
intendiamo qui la pars Occidentis dell'Impero romano
dopo la riorganizzazione teodosiana della fine del IV secolo e,
dunque, nella sua dinamica, l'area germanizzata e direttamente o
indirettamente cristianizzata, dopo allora, dalla CHiesa
patriarcale di Roma.
In pieno V secolo si dedicò all'Arcangelo Michele, a Perugia, un
tempio circolare il cui impianto appare ispirato al Pantheon e a
Santo Stefano Rotondo, entrambi a Roma. L'uso della pianta
circolare rinviava ad un significato cosmico-solare - com'era
sottolineato anche dalle ventiquattro colonne provenienti da
edifici pagani in rovina - ed apocalittico. Ma a Roma si
dovette a Gregorio Magno, ai primi del VII secolo, il radicarsi
di un culto micaelico molto importante collegato con la difesa
dell'Urbe dalla peste. La famosa visione dell'Arcangelo posato
sul culmine della Mole Adriana ed in atto di rinfoderare la spada
è molto intensa: richiama al ruolo di Michele quale luogotenente
di Dio e strumento della Sua ira, alla sua funzione di Angelo
della Morte - forse sottolineata dal suo apparire su un monumento
funebre pagano - ma anche alla sua nuova posizione di protettore.
ALLA RICERCA DI ATLANTIDE
Il continente perduto di Atlantide è uno dei più grandi miti che l'Antichità ci ha lasciato. Scomparve di colpo. L'abbiamo cercata nelle storie e nei luoghi dove il mare racconta le sue leggende.
Fu Platone a nominarla per primo, nei dialoghi Timeo e Crizia. Crizia, zio di Platone, racconta una storia che aveva ascoltato quando aveva dieci anni da suo nonno, all'epoca novantenne, che a sua volta l'aveva conosciuta dal proprio padre. Solone, il più celebre legislatore dell'antichità, durante uno dei suoi viaggi in Egitto, apprese dai sacerdoti Sais la storia che in seguito riferì al bisnonno di Crizia. Una storia molto simile a quella tramandata da un papiro, oggi conservato a San Pietroburgo, che racconta la vicenda di un viaggiatore egiziano, superstite di un terribile naufragio: "la nave diretta alle miniere del faraone fu distrutta da una grande ondata. Riuscii ad afferrare un pezzo di legno e poi fui gettato su un'isola sconosciuta. Qui, conobbi il drago d'oro che, senza farmi del male, mi trasportò nella sua tana. Il drago mi disse che l'isola in passato era stata una terra rigogliosa, abitata da 75 draghi felici. Settantaquattro draghi morirono carbonizzati a causa di una stella caduta in quel luogo. Il drago mi confidò che presto una nave egizia sarebbe venuta a soccorrermi ma non avrei mai potuto vedere quell'isola poichè sarebbe stata inghiottita dalle onde". Nel 1967 l'archeologo greco Spyridon Marinatos condusse una campagna di scavi a Santorini, isola nell'arco vulcanico delle Cicladi, detta "la Pompei dell'Egeo". Santorini o Thera, in neogreco, era un fiorente centro commerciale della civiltà minoica. Un giorno, una serie di scosse sismiche distrussero vaste zone di Thera. Alcuni l'abbandonarono, altri tornarono alcuni mesi dopo il terremoto tentando di sopravvivere tra le rovine di una città che un tempo era stata superba. La sventura non finì qui. Il vulcano si ridestò cospargendo ogni cosa con uno strato di pietra pomice. Le navi furono l'unica via di scampo per gli abitanti. Un cataclisma vulcanico più potente di quello del 1883 a Krakatoa, tra Sumatra e Giava, distrusse Thera: spaventose ondate di 200 metri la sommersero e strati di cenere spessi cinque metri raggiunsero l'isola di Anafi, situata a venti kilometri ad est di Santorini. Le ceneri del cataclisma ebbero un effetto distruttivo anche sulle coste dell'Asia Minore, della Siria, della Palestina e dell'Egitto. Quaranta anni dopo, il cono del vulcano di Thera sprofondò nel mare facendo assumere all'isola, nello scenario già un po' lunare e sinistro di un paesaggio un tempo fertile e boscoso, la forma ad arco affilato. Queste furono le ultime vicende di una tragedia tellurica che avvenne intorno al 1500 a.C..
L'eredità di Federico II - dalla storia al mito, dalla Puglia al Tirolo
Das Erbe Friedrichs II. - Von der Geschichte zum Mythos, von Apulien bis Tirol
Convegno internazionale / Internationales Symposium
Innsbruck / Stams / Schloss Tirol, 13 - 16 aprile 2005
Organizzazione / Organisation:
Raffaele Licinio (Bari / Foggia): rlicin@libero.it
Angelo Pagliardini (Innsbruck / Stams): angelo.pagliardini@uibk.ac.at
Emanuela Perna (Foggia / Innsbruck): emanuela.perna@uibk.ac.at
Max Siller (Innsbruck): max.siller@uibk.ac.at
Mercoledì , 13 aprile 2005
09.00 - 10.00
Apertura Convegno - Eröffnung des Symposiums
Saluto da parte delle Autorità - Begrüßungsansprachen
10.00 - 10.45 Relazione di apertura - Eröffnungsvortrag:
La Puglia di Federico II dopo Federico II. Continuità e
discontinuità - Apulien Friedrichs II. nach Friedrich II.
Kontinuität und Diskontinuität
Raffaele Licinio
10.45 - 11.00 Coffee break
11.00 - 11.45 Federico II nella storiografia del Novecento -
Friedrich II. in der Geschichtsschreibung des 20. Jahrhunderts
Hannes Obermair
11.45 - 12.30 Documenti sconosciuti di Federico II in un
codice tirolese - Unbekannte Dokumente Friedrichs II. in einer
Tiroler Handschrift
Josef Riedmann
12.30 - 15.00 Pausa pranzo
15.00 - 15.45 Storia dell'arte e dell'architettura ai tempi di
Federico II - Geschichte der Kunst und Architektur zur Zeit
Friedrichs II. (ancora da definire)
Stefania Mola
15.45 - 16.30 Federico II, la "crociata pacifica" e il
mito
della tolleranza - Friedrich II., der "friedliche Kreuzzug"
und der
Mythos der Toleranz
Francesco Violante
16.30 - 17.00 Coffee break
17.00 - 17.45 Federico II e i Minnesänger svizzeri - Friedrich
II. und die "Schweizer Minnesänger"
Max Schiendorfer
17.45 - 18.30 La crociata di Federico II nella letteratura
tedesca del suo tempo - Der Kreuzzug Friedrichs II. in der
Literatur
seiner Zeit.
Max Siller
20.00 - 21.00 Serata con Ornella Mariani:
La mia immagine di Federico II
Giovedì, 14 aprile 2005
09.00 - 09.45 L'immagine di Federico II nella letteratura
dell'Italia coeva. Riletture del mito - Das Bild Friedrichs II.
in
der kontemporären Literatur Italiens. Revision eines Mythos
Fulvio Delle Donne
09.45 - 10.30 Federico II nell'epoca di Dante - Friedrich II
in der Dantezeit
Franziska Meier
10.30 - 11.00 Coffee break
11.00 - 11.45 Federico II e la letteratura latina medievale
(ancora da definire) - Friedrich II. und die lateinische
Literatur
des Mittelalters
Vito Sivo
11.45 - 12.30 La nascita di Federico II da Pietro da Eboli -
Die Geburt Friedrichs II. bei Petrus von Eboli
Karlheinz Töchterle
12.30 - 13.30 Pausa pranzo (servizio catering?)
13.30 Trasferimento (in pullman) all'Abbazia di Stams -
Abfahrt nach Stift Stams
14.30 - 15.00 Saluto di benvenuto da parte delle autorità
(Abate, Direttore della Pädak etc.) - Grußworte (Abt, Direktor
der
Pädak etc.)
15.00 - 15.45 Il Tirolo e gli Staufer - Tirol und die Staufer
Christina Antenhofer
15.45 - 16.30 L'abbazia di Stams e le sue fonti epigrafiche:
Dalla fondazione (mitica) degli Svevi alla sepoltura ducale (sec.
XIII - XVI) - Stift Stams und seine epigraphischen Quellen: Von
der
(mythischen) staufischen Gründung zur Fürstengrablege (13.-16.
Jh.)
Romedio Schmitz-Esser
16.30 Visita all'Abbazia - Besichtigung des Stiftes
BUFFET
19.30 Trasferimento (in pullman) a Innsbruck - Rückfahrt nach
Innsbruck
Venerdi, 15 aprile 2005
09.00 - 09.45 Federico II: ricostruzione di un'infanzia -
Friedrich II.: Rekonstruktion einer Kindheit
Maria Teresa Angelillo
09.45 - 10.30 Archeologia di un mito: Federico II fra storia
virtuale e realtà materiale - Archäologie eines Mythos:
Friedrich
II. zwischen virtueller Geschichte und materieller Realität
Vito Bianchi
10.30 - 11.00 Coffee break
11.00 - 11.45 Federico II online - Friedrich II. online
Lucia Buquicchio
11.45 - 12.30 Esempio di un sito Internet su Federico II:
www.stupormundi.it - Beispiel eines Internetportals zu Friedrich
II.: www.stupormundi.it
Alberto Gentile
12.30 - 15.00 Pausa pranzo
15.00 - 15.45 Federico II, i mass media e l'opinione pubblica
nella Puglia del 2005
Marco Brando
15.45 - 16.30 Federico II nel cinema - Friedrich II. im Kino
Vito Attolini
16.30 - 17.00 [pausa - Coffee break]
17.00 - 18.30 ca. FILM "Stupor Mundi" (1998, con
Claudia
Cardinale, Lorenzo Crespi; Regia: Pasquale Squitieri)
19.00 CHIUSURA DEI LAVORI CONGRESSUALI - ENDE DES
VORTRAGSZYKLUS
Sabato, 16 aprile 2005
09.00 Partenza da Innsbruck per Castel Tirolo (vicino Merano) -
Abfahrt von Innsbruck nach Schloss Tirol
11.00 ca. Arrivo al Castel Tirolo - Ankunft auf Schloss Tirol
11.00 ca. - 13.00 Visita del Castel Tirolo - Besichtigung von
Schloss Tirol
13.00 Pranzo a Merano e rientro a Innsbruck (previsto per le
ore 18.00 ca.) risp. "disperse" - Mittagessen in Meran
und Rückfahrt
nach Innsbruck (Ankunft um ca. 18.00 h) bzw. "disperse"
La Storia è quasi sempre scritta dai vincitori. E non sempre è facile scoprire come sono finiti i vinti: popoli ricchi e civilissimi, o terribili sui campi di battaglia, che per sfortuna loro si imbatterono in nemici ancora più forti. Proviamo a seguire le tracce di quattro nazioni celebri ma sconfitte. Dove sono oggi i discendenti di Celti e Fenici, Unni ed Aztechi?
CELTI
Due milioni di persone lungo l'Atlantico
I Romani li battezzarono Galli, i Greci, Galati: ma
furono chiamati anche Belgi, Britanni, Celtiberi. Il loro nome
collettivo è Celti e sei secoli prima di Cristo
erano già diffusi in tutta Europa. Dove sono finiti? Per una
prima risposta basta contare quanti oggi parlano ancora una
lingua celtica: circa due milioni di persone in Bretagna, Galles,
Isola di Man, Scozia ed Irlanda. Le parlate celtiche in alcune di
queste regioni, premute da lingue nazionali come l'inglese ed il
francese, hanno perso molto terreno; in Cornovaglia, ad esempio,
sono scomparse all'inizio di questo secolo. Ciononostante l'etnia
celtica in Irlanda, Galles e Bretagna continua ad accendere
passioni artistiche (musica, scultura, incisioni su metallo) o
politiche (richiesta di autonomia e d'indipendenza).
E'
scritto nei geni
L'eredità celtica si può anche misurare con l'analisi
genetica. Spiega Nazario Cappello, ricercatore all'università di
Torino: "Alcune tracce dei Celti si ritrovano oggi nei
geni degli abitanti dell'Italia nord-occidentale, proprio perchè
lì l'occupazione romana fu culturale e politica e non mirò a
sostituire o sterminare la popolazione locale".
Di origine indoeuropea, nel VI-V secolo a.C. i Celti si
insediarono in quasi tutte le terre tra l'Atlantico del Nord ed i
Carpazi, le rive settentrionali del Mediterraneo ed il limite
meridionale delle pianure tedesche. Molti anche i guerrieri galli
sepolti nella Pianura Padana.
Figli
delle foreste
Furono loro i primi veri, temibili "barbari"
con cui i Romani si scontrarono; i primi rivali, la cui cultura,
nomade, non si fosse formata sulle rive del Mediterraneo ma nelle
foreste che coprivano il continente. Furono schiacciati dai
Romani ed alla civiltà romana aderirono in pieno, conservando
riti e forme artistiche, ma abbandonando, in maggioranza, la loro
lingua.
Inventarono
le Alpi
"Poichè occuparono in modo capillare il
territorio, assegnando nomi a popoli o a luoghi, la più grande
traccia che ci è rimasta di loro è la toponomastica",
osserva Alfredo Valvo, docente di Storia Romana a Milano. E' il
caso di Mediolanum, la moderna Milano, che significava
"centro del paese", o di Lugdunum, l'odierna
Lione. E poi c'è Parigi, della tribù dei Parisii, o Torino, dai
Taurini, o Senigallia, nelle Marche, dai Galli Sènoni. Anche la
parola Alpi deriva dal celtico: designava pascoli estivi e malghe.
A quel periodo risale pure la festa del Primo maggio: il giorno
in cui si cominciavano a condurre le mandrie in alta montagna.
I Celti erano ottimi agricoltori ed artigiani, e nelle loro
fabbriche producevano armi ed utensili di ferro perfetti. A
differenza di quel che si pensa comunemente, la civiltà celtica
contribuì notevolmente all'evoluzione dell'Europa moderna.
*450 a.C.
I Celti partono dalle loro zone di origine tra la Svizzera e la
Germania meridionale, si spostano in Francia, Spagna ed isole
britanniche.
*400 a.C. I Celti, chiamati Galli dai Romani,
invadono l'Italia e si stanziano nella Pianura Padana.
*387 a.C. I Romani vengono sconfitti duramente
dai Galli nella battaglia sull'Allia; Roma viene saccheggiata da
questi, che però subito dopo si ritirano verso nord.
*222 a.C. I Galli vengono sconfitti a Casteggio
(Pavia) dai Romani, che iniziano la loro penetrazione nella
Pianura Padana. Nel giro di pochi anni diventerà una provincia
romana.
* 58-51 a.C. Giulio Cesare conquista la Gallia,
sconfiggendo definitivamente ad Alesia i Galli guidati da
Vercingetorige.
* 43 d.C. Le truppe dell'imperatore Claudio
occupano l'ultimo vasto territorio rimasto ai Celti, la
Britannia, odierna Inghilterra, isolando in Scozia ed Irlanda le
ultime tribù celtiche indipendenti.
Teodora
Potere spudorato
Un giovane
borsista austriaco che pensionava a Parigi con un magro assegno
di studio acquistò un biglietto da quattro franchi al botteghino
del grande teatro. Vi rimase dalle otto a mezzanotte, stancandosi
molto e morendo dal caldo, per assistere ad un drammone
infernale ambientato a Costantinopoli durante il regno di
Giustiniano: Théodora, pièce in cinque atti e
sette quadri di Victorien Sardou, con musica di scena di Jules
Massenet. Il giorno dopo, ancora provato, descrisse in una
lettera alla fidanzata quella serata spossante, da cui aveva
ricevuto tuttavia una grande impressione e tratto alcuni spunti
d'osservazione non inutili alla disciplina nella quale si stava
specializzando.
Il giovane si chiamava Sigmund Freud. Insieme
con un amico russo, assistente del medico personale dello zar ma
altrettanto squattrinato, finì nelle stalles d'orchestre,
luogo che nella lettera alla fidanzata Martha Bernays suggerisce
di tradurre senz'altro "stalle dell'orchestra". Da lì,
lo spettacolo "si vedeva e si sentiva benissimo",
racconta Freud, "ma credo che nella tomba si abbia più
spazio e, dato che ci si sta distesi, si stia più comodi".
E prosegue: "Dopo il primo atto, si bolliva alla
temperatura delle uova sode; un po' alla volta il caldo è
cresciuto e, verso la fine, non c'erano parole per definirlo nè
modo di riferirlo. La maledetta megalomania dei francesi.
Somministrano ad una persona quattro ore e mezzo di teatro, allo
stesso modo in cui danno cinque o sei portate da mangiare".
Forse per questo il dramma di Sardou non riuscì a piacergli:
"Una cosa vacua e fastosa, splendidi palazzi e costumi
bizantini, l'incendio di una città, sfilate di guerrieri e tutto
quello che vuoi sono assolutamente freddi".
A colpirlo in
maniera indimenticabile, sollevando il suo talento di psicologo,
fu invece la protagonista. Nei panni di Teodora
recitava infatti l'incarnazione vivente della femme fatale
di fine secolo, Sarah Bernhardt. "Però, come recita
quella Sarah!", scrive Freud. "Dopo le prime
parole dette con voce intensa e dolce, è stato per me come se
l'avessi sempre conosciuta. Non ho mai visto un'attrice che mi
abbia sorpreso così poco, immediatamente ho creduto a tutto
quello che voleva". E ancora: "E' incredibile
come si adatti a tutte le situazioni, come aderisca al suo
personaggio, come reciti con ogni parte del corpo. Una natura
stranissima, e posso bene immaginare che non abbia assolutamente
bisogno di essere diversa nella vita che sulla scena".
Per anni una fotografia di Sarah Bernhardt accolse i pazienti che
entravano nello studio di Freud, a Vienna. Fu per lei che Jean
Cocteau coniò l'espressione mostro sacro. Se
l'inventore della psicanalisi l'aveva eletta a rappresentante
perfetta della trasformazione della nevrosi in arte, Robert de
Montesquiou, il prezioso dandy dagli abiti color
turchese, si vantò spesso di assomigliarle.
Nel 2002, mentre
ricorreva il centenario della rappresentazione del 1902 al teatro
Sarah Bernhardt di Parigi, un libro dedicato alla Teodora
storica, non privo di ambizioni narrative, si misurava
con il mito più scandaloso dell'antichità. In verità Teodora.
Ascesa di una imperatrice, di Paolo Cesaretti (Mondadori,
399 pagine, Euro 18,08), tenta di riabilitare la consorte di
Giustiniano come donna, oltrechè come donna di potere, e di
negare attendibilità storica alla sua carriera di pornostar
testimoniata invece dallo storico bizantino Procopio di Cesarea,
contemporaneo di Teodora (nata attorno al 500 e morta nel 548) e
ben introdotto alla sua corte. Eppure Cesaretti ha tradotto senza
apparente imbarazzo le pagine degli Anekdota (carte
segrete) di Procopio, che raccontano le performances
erotiche della futura imperatrice.
Già prima dello sviluppo, Teodora seguì la carriera di
cortigiana intrapresa dalla sorella maggiore, ma non essendo
ancora formata per "unirsi agli uomini come una donna"
si vestiva come uno schiavetto e "si dava a sconci
accoppiamenti da maschio" nei lupanari. Con la crescita
si manifestò in lei un certo sadomasochismo, unito ad una
crescente spudoratezza: "non esitava ad acconsentire
alle pratiche più svergognate, ed anche se veniva presa a pugni
e a schiaffi se la rideva della grossa, si spogliava e mostrava
nudo a chicchessia il davanti ed il didietro".
Spesso, continua Procopio, si presentava a cena "con
dieci giovanotti o anche di più, tutti nel pieno delle forze e
dediti al mestiere del sesso: trascorreva l'intera notte a letto
con tutti i commensali, e quando erano giunti tutti allo stremo
passava ai servitori, che potevano essere una trentina, e si
accoppiava con ciascuno di loro".
Al culmine della carriera, "lavorando", scrive
lo storico,"con ben tre orifizi, rimproverava stizzita
alla natura di non avere provveduto il suo seno di un'apertura più
ampia, così da poter escogitare anche in tale sede un'altra
forma di copula".
Epico rimase un suo numero porno-zoofilo: sul palcoscenico, sotto
gli occhi del pubblico più popolare, si spogliava e una volta
rimasta nuda, portando intorno al sesso solo un perizoma, si
stendeva al suolo, supina. "Certi schiavi addetti a
quell'incombenza le gettavano allora chicchi d'orzo sul pube, e
oche opportunamente ammaestrate li beccavano uno ad uno".
Nel suo libro,
che ha vinto l'edizione 2002 del Premio Grinzane Cavour per la
saggistica, Cesaretti si adopera scrupolosamente a negare che la
futura grande imperatrice di Bisanzio abbia fatto, in origine, la
prostituta. Perchè? Perchè nell'ottica borghese moderna -
dall'Ottocento di Sardou in poi - un comportamento sessuale
femminile promiscuo, ai limiti della ninfomania, viene ritenuto
incompatibile con la razionalità necessaria ad esercitare il
potere.
Eppure, quante donne nella storia, da Cleopatra a Caterina di
Russia, hanno usato la più efficace arma lasciata loro dalla
società maschile, la seduzione sessuale, per la loro ascesa?
Forse che, al di là del giudizio morale che ciascuno può
emettere, il sesso esclude il cervello? Forse che entrare nel
Palazzo della politica dalla porta della camera da letto, come
fece Evita Perón, non richiede razionalità, forza di carattere,
senso di strategia?
(di Silvia Ronchey, AMICA)
Lungo il Mediterraneo, alle radici della civiltà
GUIDA
AGLI ITINERARI ARCHEOLOGICI NEL MEDITERRANEO - Clup
Guide UTET, Euro 18,00 circa
Davide Domenici è un archeologo con una lunga esperienza di
lavoro negli scavi di tutto il mondo. Stavolta ci conduce per
mano da Tarquinia a Leptis Magna, dalle Baleari fino alle isole
dell'Egeo, alla scoperta delle civiltà che ci hanno preceduto.
Nelle terre bagnate dal mare più "antico" si è
svolta, infatti, una parte fondamentale della storia dell'umanità.
Davide Domenici è uno studioso serio, la sua guida è un invito
ad approfondire quel libro di storia in cui siamo immersi. Non
tralascia, però, informazioni pratiche su dove alloggiare e dove
mangiare. Mancano del tutto - questo è forse l'unico neo - foto
e disegni che aiutino il lettore a rendersi conto della
suggestione dei luoghi.
Le ossa di Sant'Egidio
Jean West
Gli storici si stanno affannando a risolvere il mistero dell'osso umano scoperto dagli operai che stavano lavorando al restauro della Chiesa di Sant'Egidio, a Edimburgo. Alcuni studiosi hanno suggerito che potrebbe trattarsi di una reliquia del santo patrono della città, nato ad Atene nel 640 d.C. La polizia e gli esperti di medicina legale sono subito accorsi all'antica chiesa situata nel celebre Royal Mile, non appena il reperto è stato rinvenuto, sotto il tetto della navata che ospita la Santa Croce, la parte più antica dell'edificio. Si crede che esso sia stato nascosto per salvarlo dalle distruttive forze protestanti della Riforma, che avrebbero considerato la conservazione di reliquie come segno di idolatria. I registri canonici sostengono che nel 1454, un nobiluomo, un tale Preston di Gordon, abbia fatto dono alla famosa chiesa di una preziosa reliquia, un osso del braccio di Sant'Egidio. Questa era una pratica comune nel Medioevo: anche se era impossibile stabilirne univocamente l'autenticità, esse venivano, e molto spesso vengono ancora oggi, trattate come vere dalle chiese che le possedevano. Gli scienziati del Dipartimento di Patologia dell'Università di Edimburgo sostengono che il reperto sia molto antico, e quindi lo hanno escluso come prova per un'inchiesta di omicidio in corso. Il portavoce del dipartimento ritiene possibile che si tratti di qualche sorta di reliquia. Tuttavia, usualmente esse erano conservate in una scatola, il cui valore era direttamente proporzionale all'importanza della reliquia stessa, e sostiene che: "Non è da escludere che l'osso possa essere stato estratto dal suo reliquario, ma non abbiamo nessun indizio che avvalori o confuti tale ipotesi, né qualsiasi cosa che suggerisca la sua appartenenza ad un santo". Egli afferma che, storicamente, se non vi era abbastanza spazio nei cimiteri, molto spesso i corpi venivano lasciati decomporre. In seguito, le ossa venivano lavate e seppellite. Le autorità ecclesiastiche dovranno ora stabilire se procedere con la datazione al radiocarbonio, per stabilirne il reale significato.
Scoperta un'impronta di Giotto
Ansa
PADOVA - Potrebbe esserci la firma di Giotto negli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Padova: non una firma autografa, ma un'impronta digitale. A rivelarlo e' il direttore dell'Istituto Centrale per il Restauro, Giuseppe Basile, in occasione della presentazione del volume ''Giotto: volti e mani della Cappella degli Scrovegni'', di Lorenzo Cappellini e Ronald Recht. ''Abbiamo trovato, cosa assolutamente eccezionale, se non unica fino ad ora, delle impronte digitali sull'intonaco - annuncia Basile - non ci sono altri esempi in nessun altro dipinto murale, a nostra conoscenza. Abbiamo pensato che qualcosa possa essere successo, accidentale o voluto non lo sappiano''. Dato pero' che il capo d'opera era Giotto, aggiunge Basile, ''potrebbe essere stato lui che si appoggiava, o che voleva mostrare a qualcuno come si faceva l'intonaco, visto che Giotto non poteva perdere tempo in questa attività''. E' pero' un dato di fatto - sottolinea - che non ci sia nessun altro esempio in tutto il ciclo pittorico o in altri cicli importanti ''in cui i restauratori abbiano rilevato un fatto simile: ci e' parso interessante e doveroso renderlo pubblico.'' In riferimento alla scoperta di impronte digitali nell'intonaco della Cappella degli Scrovegni, lo storico dell'arte Vittorio Sgarbi sostiene che '' in qualunque pittura ci sono le impronte di chi ci ha lavorato, quindi sul lavoro di Giotto non possono non esserci, anche se non c'è un cadavere di Giotto certo su cui confrontare le impronte, non c'è riscontro possibile, non credo sia nemmeno possibile ricostruirle al computer, per cui si penserà che le impronte trovate sono quelle di Giotto, o quelle di una mano perduta di cui non si saprà mai nulla''. Il volume ''Giotto: volti e meni della Cappella degli Scrovegni'' mostra tra l'altro una serie di particolari riferiti, appunto, ai volti e alle mani dipinti nel ciclo giottesco. ''E' un Giotto lirico - commenta Vittorio Sgarbi - estratto dal Giotto narrativo per mostrare quale animo, quale cuore hanno i diversi personaggi delle diverse condizioni in cui si trovano: di dolore, di soddisfazione, di euforia. E' una varietà di condizioni sentimentali che i volti accentuano isolandoli rispetto alle storie''. (ANSA, 19 novembre).
Leonardo da Vinci figlio di una schiava?
Jennifer Viegas, Discovery News
Alessandro Vezzosi, direttore del Museo Ideale di Leonardo da Vinci, ha annunciato la settimana scorsa che, dopo 25 anni di ricerca, ha concluso che il padre di Leonardo fosse un nobile minore o un artigiano di nome Ser Piero da Vinci, mentre la madre sarebbe stata una schiava mediorientale chiamata Caterina. Il paese di provenienza della donna rimane avvolto nel mistero, a causa della penuria di documenti scritti che la riguardano. Come Vezzosi ha scritto nella sua presentazione al pubblico del museo: "Caterina, a differenza degli altri parenti di Leonardo, non viene mai menzionata nelle fonti primarie dell'epoca, e non era sposata con Ser Piero da Vinci, poiché si trattava probabilmente di una schiava convertitasi al cristianesimo, adottando il più comune nome per le schiave orientali, pagane o giudee, converse". Lo studioso ha spiegato che era d'uso comune nella Toscana del XV sec. possedere degli schiavi mediorientali. Nel 1452 a Firenze venne promulgata una legge che dava ai proprietari di schiavi un grande potere sui propri sottomessi. Vezzosi ha scoperto, attraverso i registri, che in seguito a questa legge Piero da Vinci sposò Caterina sottraendola a uno dei suoi braccianti, lo schiavo Antonio di Piero del Vacca. Il matrimonio ebbe luogo alcuni mesi dopo la nascita di Leonardo. A sessant'anni, quando il marito morì, la donna si trasferì a Milano, presso il figlio. Quando l'artista si trovava distante dalla madre, si tenevano in contatto per via epistolare, e gran parte del carteggio ci è stato tramandato attraverso il Codice Atlantico e il Codice Forster II. Vezzosi sostiene che il retaggio mediorientale di Caterina abbia influenzato l'artista: "Egli era mancino, ma il suo modo di scrivere gli appunti 'al contrario', dall'ultima pagina alla prima, scrivendo da sinistra verso destra, è il modo di scrivere degli arabi e degli ebrei", e aggiunge che nelle sue opere i riferimenti "orientali" sono molti, basti pensare alla corrispondenza con la corte ottomana. Tuttavia non tutti gli studiosi sono concordi, e alcuni dubitano dell'influenza del retaggio mediorientale della madre sull'artista.
Per secoli, i misteri delle pietre della cappella di Rosslyn hanno intrigato storici, appassionato archeologi e richiamato credenti convinti che tra quelle mura fosse nascosto il Sacro Graal. Oltre 550 anni dopo la posa delle fondamenta, la tecnologia moderna si appresta a tentare di penetrare i segreti della cappella costruita a sud di Edimburgo. Labirinto di volte, la cappella del XV sec. dei Cavalieri Templari, una sorta di cattedrale gotica in miniatura, secondo la leggenda conterrebbe decine di reliquie, tra cui l’Arca della Santa Alleanza, il Santo Graal e perfino la testa mummificata di Cristo. Tutte congetture, perché nessuno è mai riuscito a toccare con mano gli oggetti. Almeno fino a oggi. I discendenti dei Templari, di quegli stessi monaci guerrieri che si rifugiarono in Scozia per sfuggire al papa nel XIV sec. hanno deciso di fare una ricognizione non-invasiva nella cappella. Grazie alla tecnologia moderna, a base di ultrasuoni e termovisione, gli eredi dei devoti cavalieri che combatterono le crociate in Terra Santa sperano di svelare i misteri nascosti nelle volte e nelle colonne della cappella. "L’obiettivo è studiare la terra che circonda la cappella – ha dichiarato John Ritchie, Grande Araldo e portavoce dell’attuale Ordine dei Cavalieri Templari – scendendo in profondità per almeno sei metri. Useremo le attrezzature più sofisticate, capaci di studiare gli elementi del suolo anche fino a 1.500 m di profondità senza alterare niente. Sappiamo che molti dei Templari sono stati sepolti nella terra intorno alla chiesa e ci sono molti riferimenti ai sepolcri che speriamo finalmente di svelare". Costruita in Lothian (Scozia) nel 1446 da Sir William Sinclair, terzo e ultimo principe delle Orcadi, la cappella di Rosslyn è un monumento alla celebrazione di Cristo. Secondo i Templari, il complesso delle sculture e delle decorazioni della chiesa rappresentano in realtà una sorta di codice segreto per individuare il misterioso tesoro dell’Ordine, sempre cercato e mai rinvenuto. (Su HERA n° 39, in edicola a marzo, un articolo approfondisce l’argomento).
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